Con il termine “maestà” si intende un manufatto marmoreo in marmo bianco apuano – per lo più a rilievo (90% circa) ma, in minor numero, anche in forma di statuetta – che siamo abituati ad incontrare nel nostro territorio ai margini delle vie, in edicole o piccole cappelle, sui muri delle case, sopra i portali di antichi borghi.  Comunque in luogo pubblico e sempre su direttrici di transito importanti o principali per strade, sentieri e mulattiere ove possano essere visibili e riconoscibili.  E’ in questi specifici ambiti che esse vanno ricercate: quando si ritrovano in altro contesto – come ad esempio in un interno o in un‘area non esposta – possiamo quasi sempre essere certi che si tratti di una collocazione successiva all’originale.  Spesso sono inoltre accompagnate dall’acronimo P.S.D. – per sua devozione – ad indicarne la personale appartenenza

Furono commissionate o acquistate come atto privato, attestante la particolare devozione della famiglia o della persona che ne aveva disposto la collocazione – assieme alla sua dichiarata e riconoscibile disponibilità economica.  Le maestà recano frequentemente il nome dell’acquirente: lo si ritrova infatti inciso alla base della maestà o in una lapide sottostante assieme alla dedica alla santa immagine rappresentata e spesso anche alla data.

La stessa scelta dell’immagine sacra da proporre al culto risponde spesso a criteri di opportunità e di riconoscimento: il committente sceglie frequentemente per sé o per la sua famiglia un Santo eponimo – cioè con il suo stesso nome – o almeno evocante nella tipologia iconografica caratteristiche proprie del cognome o del mestiere di appartenenza.

La diffusione delle maestà ha inizio nella seconda metà del XVI secolo: nello spirito di forte irrigidimento dottrinale seguito al Concilio di Trento (1545/1563) la Chiesa intendeva sostenere la ortodossia cattolica a seguito dello scisma luterano e favoriva quindi la collocazione di segni che affermassero la devozione della popolazione.

Con l’uso prevalente del marmo bianco apuano, scolpite da lapicidi del territorio, dei quali non è quasi mai noto il nome, e trasportate a dorso di mulo ovunque da venditori ambulanti – dalla costa fino ai valichi dell’Appenino – le maestà restano riconoscibili come tali fino ai primi decenni del novecento. Le immagini erano in molti casi realizzate “in serie” e seguivano a loro modo le preferenze ed i gusti del tempo: al momento della vendita si provvedeva a personalizzare l’immagine con i dati dell’acquirente nello spazio solitamente lasciato libero alla base.